RACCONTA LA TUA STORIA!!!
IL PROGETTO NARRATIVO:
Il primo libro condiviso!!! L'ULTIMA VOLTA CHE HO PARLATO CON TE sarà il titolo del mio nuovo lavoro, grazie alle vostre ed altre storie, che seguiranno il filo narrativo.
L'ULTIMA VOLTA CHE HO PARLATO CON TE
INTROUZIONE
Un giorno mi sono fermato un attimo ed ho pensato un po' più forte del solito, tanto che per una volta ancora i pensieri si sono impressi nella carta, o solo nel codice binario di un pc. E se a me tocca scrivere, a qualcuno toccherà leggere, oltre che pensare insieme a me.
Mi è sempre stato difficile considerare la vita a tappe, con paletti divisori, a pezzi, a momenti iniziati e finiti, perché in fondo credevo che se una ce ne era, una doveva essere sola ed indivisibile. Poi, incapace io di metterne, mi sono trovato davanti a chi ha saputo o dovuto metterli anche per me.
Ed è proprio quell'essere al bordo della vita o di una sua parte che mi ha fatto immaginare diverso o esattamente uguale quell'istante. Come quando mi godo quelle due ore perché so che non ci saranno altre a seguirle di uguali, come quando ho sottolineato i diciotto anni, perché due volte non si possono avere. Io queste cose le sapevo perché conoscevo il loro arrivo, la loro presenza, ma non sapevo dei paletti, delle reti nel percorso, dei cambi repentini ed improvvisi che ti fanno perdere una strada senza poterla riagguantare mai più.
Certo a tornare indietro qualcuno di noi farebbe cose diverse, ma lo farebbe comunque nella certezza di quello che ha visto, che ha vissuto, e nell'incertezza di quello che sarebbe potuto succedere, quindi in verità non sarebbe mai libero, o vergine per scegliere. Perché nell'alternativa avrebbe perlomeno riscosso un cambiamento, una strada a destra al posto di quella presa a sinistra non conosciuta ma messa a confronto nel futuro, con l'altra.
Ma io non voglio riflettere su questa cosciente ovvietà che aleggia in ogni confessione di vita. Voglio indagare su quegli istanti che non dividono in certezze o in immaginarie alternative la vita, derivata da una decisione o da una scelta. Ma vorrei insistere su quelle volte in cui alternative non ci sarebbero comunque state, senza che noi ne avessimo conoscenza. Vorrei indagare quegli istanti che sono gli ultimi istanti di una cosa. Su quei momenti che se veramente lo avessimo saputo, che dopo non ce ne sarebbero stati mai altri, chissà come gli avremmo affrontati.
Se vi avessero detto, questa è l'ultima volta in cui potrai parlargli, in cui potrai reggere un confronto o solo accontentarti del suono di risposta. Sareste veramente certi, di trovare le parole giuste, così importanti da porre fine, a tutte le altre. Sareste veramente convinti di non aver sprecato, quei piccoli dannati secondi, uguali di dimensioni agli altri ma così rari per voi, con un dialogo vano e senza colore. Sareste cosi bravi da trovare la tonalità perfetta che non sia solo un motivetto orecchiabile per voi ed una stonatura per la persona che vi sta davanti. Sareste veramente certi che non usereste alibi per dare forza e patetiche promesse per un nuovo alito di vita.
Non lo so che farei io, forse penserei che è importante, non per il fatto di parlare, ma proprio perché ultima volta. Ed allora acquisterebbe spessore e sottolineatura di vita, questa piccola cosa, non per quello che potrà lasciare addosso a me, alla persona che ho di fronte, ma per il semplice fatto che tutti i preziosi, hanno un valore intrinseco, materiale, relativo, oppure di confronto perché esistono in quantità minori o in unicità rispetto ad altri.
Così tutti quei fiumi di lettere, tutte quelle accezioni vomitate in precedenza, tutte le stupidaggini in due, le risate, persino i versi senza significato, le parole profonde, le emozioni tramutate in voce dal vocabolario, risulterebbero niente, risulterebbero di una leggerezza sproporzionata su una bilancia in cui sull'altro piatto trovasse posto quest'ultima volta. Me lo sono sempre chiesto, se lo avessi saputo, se mi fossi reso conto che quella sarebbe stata l'ultima occasione in assoluto di cedere parole in cambio di altre, di fronte ad una delle poche persone al mondo con cui sentissi il bisogno vero di averle, cosa mi sarei messo in cassaforte dal prima, quale frase sarei riuscito a far uscire.
Io non so se avendolo saputo sarei riuscito a dire tutto quello che ho detto, e non dire, tutto quel silenzio, ma l'unica cosa di cui sono sicuro, che mi ricorderò per sempre l'ultima volta che ho parlato con te.
LASCIA IL TUO RACCONTO!
Racconta la tua storia, e divieni parte del libro! Scrivi quello che hai detto o che avresti voluto dire, ciò che hai fatto e ciò che non hai fatto, nell'ultima volta che hai parlato con una persona importante per te. I contributi saranno inseriti nel libro e presi come spunto per i capitoli! Scrivi qua sotto la tua storia!
TOMMYPOET
Massimo (domenica, 23 gennaio 2011 05:28)
PARTE 2
Nessuno sa accettare la morte come noi stessi, un tuo amico, un tuo affetto non saprà mai essere sereno o aver paura come te che la stai aspettando. Mia nonna me lo diceva tante volte,” a me dispiace morire, anche se lo so che manca poco, mi dispiace per voi, perché avrei voluto vedervi sistemati, avrei voluto vere i nipoti e tutto il resto. Ho vissuto anche troppo, sono stanca ed è giusto andarmene come tutti i vecchi, eppure mi dispiace per voi.” Lei non aveva mai avuto riguardi o pentimenti per se stessa, nella sua morte parlava di noi. Solo adesso lo capisco bene. A me non portano via nulla, con al vita me ne vado anche io, non ci perdo niente. Sono gli altri a perderci. Perderanno, un amico, un coinquilino, un amore, un ragazzo complice dei loro ricordi. Perderanno un pezzo della vita dove siamo cresciuti insieme, perderanno un pezzo di giovinezza, perché capiranno che si può morire anche a trent'anni per una malattia che non si cura del tuo trascorso, ma che ti mangia piano piano, roba di cellule e biologia e basta, senza nient'altro attorno. Sono quelli che mi stanno vicini a cui mancherà qualcosa, ai genitori mancherà un figlio, alla mia ex moglie, mancherà un ex marito. Alla mia compagna mancherà troppo, ma la cosa che mi dispiace e per cui adesso scrivo, è che io mancherò a te, al figlio o figlia che so già di non poter vedere.
E fa strano, questa è la prima e l'ultima volta, che riuscirò a parlarti, con una lettera, va bene, non è lo stesso, ma per me è come averti qui, so che saprai sentirmi col calore della voce, la stessa che viene da non si sa dove ed arriva dritta all'anima.
Torno ancora alla vista, perché tra tutti i furti, ancora il peggiore è quello di non poterti vedere mai, né nascere, né crescere, né invecchiare. Lo so che forse è meglio così, che morire magari quando già eravamo padre e figlio, in un distacco tremendo ed infame. Adesso ci sleghiamo quando ancora legami veri e propri non ci sono, e solo così potremmo stare vicini per sempre.
Mi dispiace per te, per te solo, io me ne vado senza tranquillità per la vita è vero, ma in serenità per la morte, ho sbagliato tanto, troppo per cercare di rimediare negli ultimi trenta giorni, ed ho visto molto ma poco, per morire così presto, ho tenuto tanto dentro e forse così è più facile, dire a te tante cose, perché sento che puoi ascoltarmi come nessuno sa fare.
Non starò a raccontarti della mia vita, se non in qualche aneddoto delizioso, perché certe cose bisogna viverle, e non si possono lasciare grandi consigli ad un figlio che deve nascere, senza sapere quale carattere avrà. E poi hai già dato tu più a me di quanto possa mai darti io, la felicità di aver dato continuità al mio esistere, al mio vivere il mondo.
Forse vedrai qualche foto, sopratutto dai ventuno in poi, quando queste cavolo di macchine digitali hanno inondato il mondo, forse ne vedrai qualche altra un po' sbiadita di prima, i miei diciotto anni,le squadre di calcio, la macchina, la moto, la mia classe e tutte queste cose, che divengono belle solo quando le vai a rivedere.
Ma con te voglio essere sincero, non sono stato un ganzo, non ho vissuto come avrei voluto, non ho fatto quelle cose che volevo. Non sarò il tuo dio, da bambino, come mio padre è stato con me, e molti come lui, perché so che questo sarà solo una delusione. Ci teniamo così stretti a questa religione chiamata famigla e genitori, fino a quando l'adolescenza riscalda anima e cuore, e si fa rivolta, e ti accorgi che quelle icone sono solo simboli su cui abbiamo cucito la magia addosso. Sono oracoli e state vuote, fatte grandi solo perché noi siamo stati piccoli. Fatte enormi solo perché ci erano vietate un sacco di cose che a loro non erano vietate. Spero che tu questo la capisca presto e non debba soffrire, nella perdita di fondamenta, come ho fatto io, quando anche gli dei sono crollati.
Perché quando ho rubato quel fuoco sacro e mi sono reso conto di quanto fosse tutto così banalmente normale, sono rimasto comunque bruciato. Non ti fidare di nessuno che ti insegni a vivere ascolta qualche professore, qualche altro di università e prendi spunto dalle persone vere, da quelle belle e pulite. Ma nessuno avrai mai la formula giusta, scavati un solco tuo e disegna il tuo spazio per te.
Non so che mondo ti aspetta, non mi aspettavo nemmeno questo io, tu cerca di diventare qualcuno nel rispetto degli altri, di essere una persona importante senza dimenticarti di essere una persona e basta prima di tutto.
Mi piacerebbe vedere quali connotati avrai, se i miei, se quelli di tuo madre, mi piacerebbe essere orgoglioso di te, come mai lo sono stato di me, mi piacerebbe vedere che sei qualcosa di buono, in cui ho lasciato la mia scia.
Massimo (domenica, 23 gennaio 2011 05:27)
PARTE1
Tante cose negative si possono accettare, tanti soprusi, tante vessazioni, tutte queste cavolo di cure che mi uccidono la pelle, ma questa prospettiva di vista, questa, ho veramente difficoltà a farla mia. E' una delle poche cose che mi ha sempre reso libero, libero di fuggire, libero di vedere oltre, di sentirmi come gli altri, di avere grandi sogni. Il campo visivo è immenso, ogni volta che sei all'aperto, in una città, in un bosco, sulla spiaggia, ti accorgi di quanto puoi varcare ogni porta che credi insormontabile, ti accorgi che per ogni confine vicino ce ne sono mille lontanissimi. Molti chiudono gli occhi per sognare, aspettano che la vita finisca, o che vada in pausa, aspettano di tenersi a distanza da tutto il resto, per tornare in se e cominciare quella sorta d'illusione mentale che fa vivere sospesi e felici. Be, io, per sognare ho sempre dovuto aprire gli occhi, sino da ragazzo, persino in macchina mi sembrava una costrizione dormire e sognare. Mi sembrava di perdermi qualcosa, tutta questa bella Italia che stava ad un passo dal finestrino mi chiamava, ogni luce, ogni casa, città, fiume o collina mi facevano stare bene, mi spingevano oltre, a cercare di scoprire cosa nascondesse l'orizzonte.
E' vero mi tengono in vita, nonostante qualcuno mi abbia rubato tutto, il furto che maggiormente non sopporto è quello della vista, costretta ad un metro da terra, su un letto a fissare la stessa stanza o la stessa finestra.
Non ho più amato da mesi che sono qui, non ho voglia di fare l'amore o toccare qualcuno, e credetemi non sono così vecchio, non posso muovermi, andare a fare una corsa come facevo o fare due tiri con il pallone con i ragazzi della squadra.
A dire il vero non posso fare quasi nulla, piano piano sto tornando un bambino, privato di un sacco di cose. E non so proprio come mai, sarà per questo, che nonostante sia ad un passo dalla tomba, mi sento più vicino alla nascita che alla morte. Si, perché lo so, mi sono fatto pianti nottate intere, mi sono odiato ed ho odiato tutto e tutti, ma soprattutto ho odiato di aver sprecato tutto quel tempo, consapevole adesso di non averne più. Dicono che è questione di mesi, forse di giorni, poi ogni muscolo, compreso il cuore smetterà di fare il suo dovere ed io, avrò finito su questa sponda.
E' triste, non la morte, è triste sapere di morire. Per uno come me che al massimo prendeva una febbre ogni due anni, è veramente difficile, trasferirsi nel mondo delle medicine, degli ospedali, delle malattie, e dell'attesa della morte. Ma per chi non lo è. Ho sempre aspettato qualcosa, per una vita intera ma breve, cercando di fare mille cose, diverse, utili ed inutili, sperando che un giorno mi piombasse quella cosa addosso e mi dicesse “ eccomi sono arrivata, mi aspettavi, ora sta a te”. Ed invece non è mai giunto niente, solo questa bella malattia fulminante ed inaspettata, che ha sostituito l'attesa di qualcosa, con l'attesa della morte. Ma è proprio ora che non ho più nessuna voglia di aspettare qualcosa, forse è questa sicurezza, questa certezza dell'arrivo che toglie entusiasmo all'attesa.
Quante cose cambiano, non ve lo potete nemmeno immaginare, quante cose invece sono perfettamente identiche, ed è persino peggio. Vedere mio padre e mia madre, a cui ho voluto il bene normale, anzi il minore possibile di quello che una prole dovrebbe provare, stare li a fissarmi a contarmi sul viso i giorni dell'infanzia e dell'adolescenza e confrontarli con quelli dell'addio, non lo riesco proprio a fare mio. Gli ho sempre visti indaffarati o arrabbiare, affettuosi ho intenti a scannarsi tra loro, per avere tempo anche per me. Me li ricordo insopportabili ai tempi della scuola e dell'università, tranquilli dopo, felici al mio matrimonio, che a dire il vero proprio un capolavoro non è stato. Ma così a fissarmi a non sapere cosa dirmi, non riesco propri a vederli. Hanno sempre aperto la bocca, troppo, in consigli, in offese, in dialoghi da famiglia, sembra che ora, non abbiano più niente da dirmi, o che vogliono dirmi tutte quelle cose che fino a qui non sono stati in grado di dire, ma se sentano in colpa per questo, ed al massimo ora sanno consolarmi.
Giula (giovedì, 13 gennaio 2011 15:57)
parte 2
Arrivai velocissima con la macchina, scesi subito ed investii con una serie di grida e parole, di parole e grida, disconesse, senza un senso logico, ma era quello che mi permetteva la rabbia. per fortuna non si stavano nemmeno toccano, se no sono convinta che l'avrei riempito di botte quel giorno. Lui era li di fronte ad un paio di metri, mentre lei si era leggermente allontanata. Lo guardavo accusandolo e investendolo di vocali ed offese, mentre nemmeno provava a calmarmi, fui egoista anche li, cercai solo di parlare e non di ascoltare, forse era sempre così che avevo fatto e mi ero ritrovato a queste. "Senti ora calmati fammi parlare, un attimo, non volevo lo sapessi così", " Zitto, stai zitto, non lo capisci che hai fatto, non lo puoi capire, ma come si fa? Cinque anni ti rendi conto, e poi perché con lei!!" Poi mi voltai, e dissi a Simona che non si era fatta sentire per anni, avrebbe potuto rimanere in silenzio anche per altrettanti. " Te le volevamo dire, Marco ci ha anche provato, adesso però vado via, forse dovete parlare voi due." " A si scappi? Prima fai schifo e poi ti vuoi lavare la coscienza, non ci sono scuse per questo, non ve la do l'assoluzione, capito, era mia amica, capito? Sai che vuol dire? " " Quale amica, che hai messo tutto da parte per il fidanzato! Non ho bisogno del'assoluzione di nessuna, sono innamorata di lui, capito? questo lo capisci? Sai cosa vuol dire, o forse te ne sei dimenticata? Vado via solo perché e più giusto che parliate voi due, spero che tra noi almeno lo cose si sistemino, ma se così non è, mi dispiace, veramente non volevo che andasse così". Se ne andò saluto me e lui, dicendogli che si sarebbero sentiti la sera. " Bravi, bravi i fidanzatini, ora" E mi interruppe Marco con una voce che non avevo mai sentito in tutti quegli anni. " Ora basta, fammi parlare. Te lo dovevi aspettare che credi? Non lo vedevi come eravamo lontani, non riuscivamo nemmeno più a baciarci in bocca normalmente senza fare sesso. Hai mai provato a capirmi, a capire cosa volevo, quali erano i mie sogni, i miei pensieri? Lo Hai mai fatto? Hai mai indagato più di quanto bastasse a te, per cercare le origini del mio malessere, no tu non lo hai mai fatto, e non mi sto trovando scuse, non è finita la storia per questo, era già finita, è finita in questo, e mi dispiace perché avrei dovuto dirtelo prima, ma non ti amo più e tu questo lo sapevi già." " No non lo sapevo", ed iniziarono a scendermi lacrime," Perché non me lo hai detto, perché non mi hai aiutato a rendere le cose migliori, io" " Ferma, non dire che provi ancora qualcosa, perché se il tuo comportamento degli ultimi mesi è provare qualcosa, allora è meglio non provare niente." " Ma che ti ho fatto? Io ti voglio bene" " Anche io, ma è finito il resto mi dispiace, ho provato a parlarti senza parole, e tu non hai capito, ora lasciami andare." " No aspetta, sei anche un falso, vuoi anche passarci da vittima ora, invece sono io, solo io. " " Pensala come vuoi, tanto hai sempre pensato tutto da sola, non c'è più nulla da dirci adesso, mi dispiace ancora, ma adesso vado. " Montò in macchina e mi lascio li tra le lacrime come una scema, i primi giorni ho provato a chiamarlo ma niente, poi la ferita del tradimento ha superato il sentimento che provavo e non l'ho più voluto sentire. Simona mi ha scritto, che le dispiaceva. Ora stanno insieme, felici e lontani da qui, la vita è strana la ruota gira, e ciò che perdo di valore difficilmente riuscirò a colmare. Ma ho capito, che per quanto ci siano colpe maggiori e minori nella vita, nessuno è innocente, e quel tradimento non mi ha insegnato a fidarmi meno, ma a dare di più, ed a coltivare le cose belle e preziose, che stupidamente lasciamo appassire senza sapere, che una volta andate sono andate per sempre.
Giulia (giovedì, 13 gennaio 2011 15:56)
Non sempre parlare dell'ultima volta che abbiamo parlato con qualcuno, può essere semplice. E soprattutto non basta l'alito di tempo trascorso a fare romantico qualcosa che romantico mai è stato. A me è rimasto addosso un odio profondo, un odio sincero che difficilmente riuscirà a mutare, verso una persona. Perché quando qualcuno riesce a ferirvi in maniera così gratuita, non basta tutto l'oro del mondo per cancellare quella macchia. Ma ciò che mi fa più rabbia è la non specificità dell'evento. A me è successa la cosa più banale e meschina, la più mediocre e comune. Due persone del mio mondo, due persone che erano il mio mondo, hanno deciso che bastavano loro due, a farlo loro. Mi hanno spazzato via così tragicamente per me, e così leggermente per loro, che a volte non riesco a capire come possa dare questo peso, a qualcosa che per loro non ne ha alcuno. Ma nessuno decide le bilance con cui pesare gli eventi che ci capitano, forse ho sbagliato tutto, forse è stata colpa mia, forse nel mio amore, nel mio affetto d'amica e di ragazza ho nascosto un profondo egoismo, un sincero arrivismo sentimentale. Conoscevo Simona fino dalle superiori, abbiamo fatto tutti e cinque gli anni insieme a ragioneria, solito gruppo, soliti voti, solite lotte con le madri, ma io ero sempre stata un pò più sveglia di lei. E glielo dicevo spesso " Devi darti un pò da fare, non sei più una ragazzina", poi quando cominciò anche lei a frequentare qualcuno, si è svegliata, ma senza esagerare, non avendo mai avuto una storia più lunga di due mesi. Come si dice, sono proprio le cose inaspettate a stupirci. In effetti ci vedevamo tutti i giorni, alle superiori di pomeriggio si fa poco, e tra l'altro andavamo anche molto bene. Motorini, merende insieme, insomma, eravamo compagne. Poi
arrivò l'ultimo anno, e nell'estate che lo precedeva iniziò la storia che mi ha accompagnata per cinque lunghi anni. Quel ragazzo, che ora odio visceralmente, quell'anno spiazzo tutte, ed a dire il vero di tutte quelle che eravamo nel gruppo non ce ne era una che non avrebbe voluto uscirci. Anche a Simona piaceva, e quando le dissi che a me iniziava a piacere seriamente quel ragazzo, lei iniziò un pianto a dirotto e se ne andò. Poi nei giorni seguenti, piano piano tutto tornò normale, anche perché a me Marco, si Marco si chiama quel maledetto, non mi cacava un gran che, solo all'inizio della scuola accettò le mie avance ed iniziammo a frequentarci. Con l'università e le altre cose con Simona ci vedevamo sempre meno, una volta a settimana, mentre la mia storia con Marco cresceva, e divenimmo, fidanzati per la prima volta. Tutto normale, tutto bello, poi subentra un pò di noia, e passano comunque quattro anni. A coppia ci chiudiamo, e io persi quasi tutte le mie amiche, compresa Simona, l'unica cosa che ci faceva vicine erano i metri di distanza dalle proprie abitazioni ma niente altro. Sapevo che anche lei si frequentava con qualcuno, ma niente di così serio, come la cosa che stavo vivendo io.
Chi sa come non ho fatto ad accorgermene, chissà come sono riuscita a capire che lui non era più felice, che ciò che ero con lui, lo rendeva sempre più distante. Non lo so, forse non ho nemmeno troppi rimpianti, ma veramente con tutte le persone di questo mondo che c'erano doveva tradirmi proprio con un amica storica, sembra proprio che avesse voluto farmela pagare di qualcosa. Be l'amore sparisce è normale lo sappiamo tutti ma la rabbia, il buco all'orgoglio, quello ci mette molto di più ad andare via. Ma poi fui proprio la più fessa tra le fesse, lo sapevano praticamente tutti a parte io, e quando provarono a farmelo capire, feci i tutto, ma proprio di tutto per non vedere. Ma puoi annebbiare ed illudere la mente non lo sguardo, arrivò così quel giorno, il giorno a tre, quando li beccai, innocenti e colpevoli insieme in quel cavolo di parcheggio. Nemmeno si nascondevano più di tanto quei due. E poi la cosa strana era che nemmeno la sentivo più simona da un annetto, si vede ci pensava lui, a sentirla per me.
Nico (lunedì, 10 gennaio 2011 19:41)
Non so perché ma ero felice, mentre lasciavo andare tutto, consapevole che niente sarebbe mai tornato in questo punto. Ero felice, perché capivo che qualsiasi cosa sarebbe stata peggiore di questa per lei, in fondo quando qualcuno ha qualcosa che lo aspetta da una parte non può far altro che seguire la strada che lo porta ad afferrarla. E se non fosse così vivrebbe una vita su una strada sbagliata, magari più dolce, ma non sua, portando nel malcontento del percorso anche tutte le persone che potrà incontrarvi. Le grandi navi appena arrivate al molo, sembravano far da guardia al tempo, mi facevano pensare quanta forza ci vuole, per ottenere un cambiamento, per poter attraversare qualcosa. Chissà quanti uomini avevano lavorato per la realizzazione di quei colossi che sfioravano il mare, quante vite avessero partecipato a quella meraviglia di acciaio, che adesso mi sembrava servire solo a portare Sara lontano da qui. Forse se non ci fosse stato tutto quell'impegno nessuno mai sarebbe riuscita a togliermela dalle mani. Eppure continuavo ad essere felice, e senza nemmeno un saluto, la vedevo incamminarsi verso le scale che la portavano sul ponte. Io non ero stato una fine, io ero stato un pezzo, forse il migliore, del percorso che l'aveva portata ad essere chi veramente voleva, e a fare questa scelta. Non avrei mai potuto darle niente più di questo. Lei lo sapeva sapeva che non sarei mai potuto essere così importante, se avessimo continuato ad essere noi, sapeva che ogni mio gesto le restava addosso, proprio perché le era servito, proprio perché non era stato fine a se stesso. Come questo addio, che si chiama fine solo perché divide le vite, ma in realtà le rende pienamente tali. Anche in macchina, durante il tragitto eravamo riusciti a dirci poco, ma aveva voluto lo stesso che fossi io ad accompagnarla fino a qui, perché ero io che qui l'avevo fatta arrivare. Spesso la gratitudine può essere il sentimento più grande, non avrebbe mai potuto esser mia per sempre, perché questa vita non era la sua, se fosse continuata così. Attraversammo la finta pianura che durò in istante, mentre lei parlava di noi, del gruppo di amici che eravamo, dei posti da dove eravamo partiti. Delle cose che ci avevano unito e di quelle che ci avevano resi distanti, e ti guardi attorno e sembra tutto uguale in pianura, nell'istante dei ricordi. Poi cominciarono le colline che proteggono come bastioni la terra dal mare, le luci delle case sparse e dei paesi, altissimi da qui. Mille luci, in borghi quasi disabitati ormai, e ciò che fa romantico la notte, un piccolo paese lo rende qualcosa da cui scappare di giorno. Mi fissò per un momento piccolo piccolo, ed accettò il mio sorriso, come moneta di scambio, era inutile amarsi così, lo sapevamo entrambi, era infantile giocare con le luci di notte, per qualcosa che non valesse la pena illuminare.
Arrivammo al punto più in alto, dove si riescono a vedere i due orizzonti, e voltandosi un pò indietro, lo decise lo sguardo, quale cielo puntare. Guardava quell'oscurità con piccole stelle emerse, e quel buio descriveva un mare dove l'uomo non era riuscito a portare la luce elettrica se non nelle navi che arrivavano al porto. Non c'era niente di indeciso, non c'era niente da lasciare a metà, lei scendeva verso la sua strada ed io ancora la ad accompagnarla. Entrammo nella città e poi dopo, nella darsena del porto commerciale, c'erano solo poche macchine arrivate un pò in anticipo sulla vita, come noi. Mi venne solo da dirle, " Adesso, vai da sola", scese, prese la valigia, la appoggiò per terra, poi fu il rumore delle ruote che raschiavano l'asfalto e scesi anche io. Si fermò di fronte lo sportello, mi bacio le guance e mi sfiorò le labbra, " Tu resti qui, ma ti porto con me, non sarò mai sola". Poi continuò, ed io rimasi a fissarla, e forse capii perché riuscivo solo ad essere felice, io ero partito con lei.