ALCUNI ESTRATTI:
IL SABATO DI BEFANA
Giulio mi portò via, France fece lo stesso con lei, mentre un paese intero faceva finta di non sentire, danzando tra mercati di natale.Io barcollavo estraniato, cercai di fermare una macchina che credevo una delle sue amiche comprate, cercavano di farmi ragionare, ma non c'era assolutamente verso.
Vagammo un altro po' per il mio piccolo paese, ed io incurante di chi avevo attorno, vivevo appieno quella tragedia, di li a poco infatti ritrovai la mia ex, che fece di tutto per sgattaiolare via, ma la fermai in una stradetta li vicina, lo ricordo benissimo quel giorno, come al solito uno dei più brutti che ho vissuto fino ad adesso, la guardavo fissa minacciandola con gli occhi ed imponendole quella distanza che la faceva così vicina a me, c'era France, Vero e Giulio che ci guardavano attoniti, che mi vedevano sprofondare senza poter far niente per frenarmi, le chiedevo una spiegazione, e lei li a ridere cattiva, insensibile al mio dolore, con un ghigno diabolico come non si può avere, davanti ad un pezzo di vita che ti lacrima davanti il suo amore, la sua incomprensione, le chiedevo di tutto, il tutto reso un perché e lei: basta, su è finita, non continuare, levati di qui, ma io non volevo andarmene, non era possibile che dietro quel volto ci fosse lei, ci fossero le notti a Pastina, o il domani descritto futuro, su un panorama di notte condiviso, non era vero. Ed invece si stava accadendo tutto, tutto quello schifo che distruggeva la mia vita, in un inutile piccolo paese, che mi avrebbe negato un futuro enorme, e la mia volontà di costruire qualcosa, era in quella bocca torta felice di dirigere quella macabra danza, felice di veder soffrire senza soffrire, e nel pianto di tutta una vita collassata in tre mesi di un inferno orribile, riusci a dire una frase che forse toccò il suo cuore, le dissi semplicemente con le lacrime che non si fermavano, io in te ci credevo.
Lei mi guardò, cambiò viso, mi asciugo una lacrima e la fece sua, perché una le scese lenta sulla guancia lasciando una scia rossa, su una pelle candida, ed iniziò un pianto a dirotto togliendosi di forza dalla mia presenza, urlando: non ti voglio vedere così, almeno questo lo capisci!
Se ne andò di corsa, e piangeva , continuava a versare lacrime, giù per quella discesa che portava a casa sua, senza passare per la provinciale, quella strada che i primi tempi senza macchina avevo fatto a piedi con lei cento volte e poi in motorino. Su quella via non lasciava orme di mollica di pane da seguire ma lacrime da cui scappare, gocce su asfalto che mi dicevano che quella non sarebbe più stata la via della mia casa, del calore, del mio affetto. Cercai di raggiungerla in macchina ma non feci in tempo , riuscii solo a scorgerla abbassando il finestrino mentre entrava in casa di un amica.
Non era il mio obbiettivo farla star male, almeno allora non lo era, volevo solo ridare una scintilla ad un fuoco che pensavo quasi spento, ma che invece da quel giorno, capii spento per sempre, anche se non mi fermai, se la cercai ancora cento volte, se la speranza perì solo con le nebbie del tempo, li capii veramente che io in lei, non esistevo più.
Ed era il giorno di befana, un giorno di festa come tanti, come è giusto. Come natale, come capodanno, come san Valentino, giorni che per me si tingevano di un nero difficile da dimenticare, in quel 2007 che la mia vita non si aspettava, cancellai persino le feste, ed iniziò così il mio declino, togliendo una cosa alla volta, riuscii a cancellarmi la vita, per aver dato amore, ad una ragazza.
Vorrei che qualcuno potesse esser stato al mio fianco in quell'istante, con le mie stesse emozioni, con quella voragine che si apriva, che poi ha divorato tutto me stesso, vorrei che ci fosse stato un vento a sorreggermi, a portarmi via da quel presente, a darmi un alternativa, un obbiettivo a cui credere che mi rendesse di nuovo padrone di me stesso, e libero da quella pena che facevo infinita. Ma l'unico vento che sentii, fu la brezza fredda di gennaio che me mi pungeva le labbra bagnate dalla lacrime.
Avevo colto per un attimo i volti dei miei amici, che sembravano chiedere la grazia, per il condannato, di fronte a quella che in tutto e per tutto era un esecuzione pubblica, la mia, fatta da un boia senza maschera, ne sentimenti, un boia che aveva preso parte al mio vivere, e che ora generava il mio morire.
Erano tutti storditi nel vedermi così, ricordo Giulio che la sera mi venne a trovare, e mi disse, con chiarezza ma con quel bene che ho sempre apprezzato, che lega due bimbi cresciuti accanto, che secondo lui non sarebbe mai più tornata anche se niente era sicuro. Ma disse inoltre che non ci si può comportare così quando si sta davanti ad una persona che ti ha dato tanto, mentre è a pezzi, ed invece di lenire il dolore, generarne altro, quasi con piacere, questo esulava dall'amore finito, dall'essersi lasciati, questo era ingiusto, era semplicemente immorale.
LA FINE
Io quella sera la ricordo come se fosse ieri, anzi oggi, e non sapete quante volte la notte mi ritorna in mente. Molti mi dicevano, poi ti passa, di sicuro avrei dimenticato il dolore e rivisto il bene ma non è così. Delle cose, come mi ha fatto notare una persona, ti ricordi il male, ti ricordi, il principio, la fine ,non la fatica che hai durato nel mezzo , ne la bellezza di ogni singolo giorno passato a costruire, quasi come se la vita fosse fatta di epiloghi e di scatti, ma non è così, dovremmo aver un data base in cui inserire anche il giorno più infelice ,in cui un sorriso di un estraneo ti ha illuminato un istante.
Non ci si rende mai conto, fino a quando non ci si trova, di quanto siamo impreparati davanti ad un avvenimento tanto sconvolgente ed inatteso,che non solo ti cambia la vita, ma ti cambia l'anima, ed il mondo esterno pur rimanendo perfettamente identico a tutti, per te diviene irriconoscibile.
Era un mercoledì qualsiasi, senza pretese, la data precisa non la ricordo, mi pare ottobre o inizio novembre.
Ero rimasto d'accordo con Vane che sarebbe passata a prendermi, così ero sul divano a vedere un documentario su sky, anzi sulla poltrona. Lei arrivò, ci ho pensato dopo, chissà da quanto tempo se la covava dentro quella frase, forse un anno intero .Si mise sul divano, non la guardai negli occhi subito , aspettai che si sedesse, poi mi accorsi che mi guardava fisso, così mi voltai, e mentre una lacrima gli scendeva sul viso mi disse, si può andare da un altra parte, io mi alzai e completamente ignaro del avvenire,le diedi un bacio sulla guancia e le dissi: va bene ,ma che hai? non piangere. Non sono mai stato perfetto, anzi, sono il peggiore ragazzo che una possa avere per fare una vita di coppia , ma a quella ragazza volevo un bene gigantesco, tutto quello che avevo, era diviso tra lei e mia nonna, non mi fregava di altro nell'anima. Scendemmo, in silenzio, non parlavamo, percorsa la discesa arrivammo alla sua seat nera, sempre più sudicia e distrutta, pensavo io tra me.
Sono stato veramente un coglione, fino all'ultimo istante non mi sono reso conto di quello che stava avvenendo, avevo percepito dei segnali durante l'anno ,ma mai mi sarei aspettato da lei questo, anche perché io non glielo avrei mai fatto.
Montai sull'auto, accanto a lei, mentre guidava, sempre in silenzio, ed andò dritta nel parcheggio dietro al campo vecchio,uno spiazzo di ghiaia dove fanno la sagra del porcellino,e dove le famiglie che abitano li vicino parcheggiano, ci vanno sempre tanti ragazzi,non credo a fare chi sa cosa, ma stare un po in macchina tranquilli. Ci andavo spesso anche io,i primi tempi.
Vane parcheggiò accanto ad un altre due macchine, poi spense il motore ,c'era sempre un silenzio tombale,quello che nei film dicono precede la tempesta. Il problema che io per affrontare quella tempesta non mi ero preparato, d'estate non ti aspetti mai un temporale, esci sempre in maglietta senza ombrello, l'acqua poi la prendi tutta, e se sei all'aperto senza tettoie continui a bagnarti.
Si girò, mi accorsi che stava piangendo, veramente, lacrime che mi sono dimenticato, solo per lo schifo che ha fatto dopo, perché erano lacrime bellissime anche se dovute al dolore.
Mi disse : io e te non possiamo più andare avanti.
Non esiste metodo per descrivere il vuoto che ti si apre all'istante senza che tu lo comprenda,non riesci neppure a percepire dolore, senti suolo un buco ,aria, dove prima c'era qualcosa, solo aria, che ti nasce nelle viscere e ti prende tutto, e quel viso così familiare così vicino,in un secondo ti pare lontanissimo, ti pare straniero .Il mondo si comprime, il prima, il dopo,il presente , si confondono, si mischiano, e poi spariscono. Prima non c'è più niente, dopo chissà ,ora non ci sei tu, ora non vivi, ti senti risucchiare dalla terra, ti senti sparire.
Ed allora io,da genio quale sono sempre stato, sapete cosa dissi, vado a casa. Non lo so perché, so solo che non potevo starle accanto che dovevo scappare ,dovevo fuggire. Dovevo alzarmi e vedere se quella macchina fosse vera, se quell'istante fosse vita reale, se io ero li e potevo muovermi, se quella che parlava era veramente quella ragazza che sei anni prima avevo accompagnato a comprare un regalo a Carmine, e che manca poco si faceva arrotare perché stavamo perdendo il pullman.
Avevo a dosso un giacchetto di pelle nera, che quasi ogni anno compravo nuovo ,uguale a quello dell'anno precedente, aprii lo sportello, non dissi altro,non so, mi pare cerco di prendermi un braccio, ma vi rendete conto in quattro parole, sei anni di vita bruciati, sentimenti meravigliosi spariti del tutto,non era possibile, non stava accadendo a me, non era Vane quella li in macchina, non eravamo noi.
Scesi, non volevo piangere, fui lucido per un solo secondo, dopo non lo sarei mai più stato,e pensai è così, la vita è questa, sarà un passaggio, è stata bello , ma poteva finire, era normale, ma questo pensiero mi sparì subito perché Vane mi si parò davanti. Era scesa anche lei e di corsa mi aveva raggiunto,mi fermò ,io le dissi: vado via lasciami, ma tranquillamente, non arrabbiato,lei stette li, un minuto che mi sembrò eterno mi guardava con gli occhi pieni di lacrime bellissimi, che riflettevano una luna stupenda e brillavano, io non la guardai, non potevo, non avevo la forza. Quel suo gesto non l'ho mai capito , e per tutto il male che dopo mi ha fatto mi sembra ancora più incomprensibile. Forse voleva solo sentirsi dire di non lasciarmi, che l'amavo come mai mi era successo, che per me era la sola cosa che nel mondo avesse valore, o forse cercava di scusarsi di dirmi che non l'aveva voluto, che nemmeno lei lo capiva, non lo so, forse attendeva un bacio, un abbraccio che la stringesse tanto forte da impedirle di andarsene. Forse un giorno glielo chiederò il perché di quella mossa.
Comunque io , non le diedi niente, non un bacio chiarificatore , non un abbraccio a cui aggrapparsi, non un appiglio, andai solo via, forse avevo capito tutto, più probabilmente niente. Vidi che lei rimase li, poi iniziai a camminare e sentii lo sportello chiudersi, ma la macchina rimase spenta, non emise un rumore. Non so per quanto tempo Vane sia rimasta li ancora a piangere, so solo che l'ha fatto. Io camminavo passo dopo passo, era ancora presto per accorgermi che il mio mondo era finito ,morto e cambiato , inesorabilmente e per sempre. Quei vecchi muri di Pietraia , quell' intonaco sbiadito, quei fari sfumati su quella nebbia soffusa, facevano da scenografia a quelle lacrime che non volevano uscire e che due settimane dopo sarebbero sgorgate a fiumi. Ero io che camminavo solo con me stesso, la bufera era arrivata ma non si era ancora manifestata nella sua violenza nella sua irrazionalità, nella volgarità di un insulto, nella ferita delle mani che toccano un altro, nell'offesa a quelle promesse gigantesche a cui avevamo creduto per la loro bellezza, non tanto per la loro realtà. La discesa era la metafora perfetta del futuro, lievemente andavo sempre più giù, e la pioggia indifferente mi sfiorava il viso, scendeva dal naso sulle labbra, quasi a volermi annegare, a togliermi l'aria, e scendevo, sempre più giù fino a casa mia, nel silenzio delle persiane chiuse se ne andava la mia adolescenza la mia luce, in una notte qualsiasi, in una notte di stelle solitarie senza pretese, la mia esistenza finiva.
Ero a casa mia, solo come ero nato, solo ,come non ero mai stato, non capivo, non era vero, la televisione continuava a parlare ed io li a fissarla ,come se non fosse successo niente, come se non mi fossi mai mosso da lì. Che cavolo stava accadendo, che dovevo fare ora, dopo tutti gli altri problemi anche questo, anche Vane aveva tradito , aveva mollato, potevo chiamarla, prendere la macchina e andarle incontro , dirle che era il mio destino, che lei era me ,che io ero in lei.
Non feci niente di niente con un mal di testa passeggero me ne andai a letto ,tranquillo, non mi rendevo conto di quanto avrei patito dopo, di quanto avrei agognato la tranquillità, di quanto quel viso che avevo sempre visto, a che mi sembrava normale, l'avrei rimpianto e l'avrei visto con un altro ad offendermi a meritarsi di meglio.
TOMMYPOET